Racconto di Andrea

Storie di uomini che lottano. Ogni giorno.

Andrea, 27 anni, Ancona.

Sono sempre stato un ragazzo introverso e con difficoltà a socializzare. Preferivo stare tranquillo con le poche persone che conoscevo, giocare al computer o fare un giro in bici.

Ho sempre praticato lo sport, prediligendo quello acquatico, come il nuoto e la pallanuoto. Smisi quando cominciai a percepire i primi dolori e quello fu l’inizio della mia odissea.

Avevo circa 14 anni quando ho iniziato a rendermi conto di essere molto diverso dai miei coetanei: non riuscivo a correre senza farmi male e, se ci riuscivo, mi stancavo in breve tempo. Ricordo che anche le azioni più banali davano origine a stanchezza e dolori che mi accompagnavano fino alla sera, nonostante la scarsa attività.

Verso i 16 anni ho notato che, in corrispondenza delle articolazioni, il dolore era particolarmente intenso, e ciò ha dato il via ad un viaggio interminabile tra visite ed esami in ogni posto possibile, senza però sfociare in una risposta. Tutti coloro ai quali mi sono rivolto mi dicevano che ero sano come un normale ragazzo e che, al massimo, potevo avere qualche “doloretto” per la crescita improvvisa che avevo avuto.

Nella mia testa mi sentivo debole in quanto non riuscivo a fare nulla che non mi causasse dolore e fatica e persino i miei “amici” mi etichettavano come “vittima” o addirittura “ipocondriaco”. Sostenevano che mi atteggiassi in questa maniera senza motivo oppure che mi lamentavo troppo. Non capivano cosa stessi passando. Questa collezione di accuse mi ha permesso di conoscere persone migliori e, anche se con fatica, ad instaurare dei rapporti con loro.

Al termine della scuola superiore mi sono immerso nel mondo del lavoro. Il mio carattere si era forgiato a tal punto da farmi essere duro e menefreghista nei confronti di chiunque, a farmi pretendere molto da me stesso, cercando di fare più degli altri. In parte ero consapevole di non essere al pari dei miei colleghi, ma tentavo comunque di raggiungerli.

Ho cambiato molti lavori per colpa del dolore massacrante. Non riuscivo a prendere pesi, a stare ore in piedi, a svegliarmi presto la mattina e soprattutto non riuscivo a sopportare le persone al mio fianco – quelle stesse persone che mi davano del malato immaginario, dello scansafatiche – mentre in silenzio soffrivo, mi deprimevo e cercavo disperatamente un modo per andare avanti contro tutto e contro tutti.

Per fortuna ho conosciuto quella che è diventata la mia attuale compagna. La nostra relazione dura ormai da 10 anni e se non fosse stato per lei, probabilmente non sarei qui. Ci abbiamo messo anni per comprendere i limiti che la fibromialgia mi causava e mi causa tutt’oggi. Credo sia fondamentale per un uomo che ne soffre, avere una persona al proprio fianco che lo supporti e che provi affetto nei suoi confronti, senza dare per scontato che l’uomo sia invulnerabile, che non senta la necessità di chiedere aiuto.

Due anni fa arriva la diagnosi. A detta dei medici, soffro di fibromialgia da prima della pubertà e, facendo qualche ricerca, ho scoperto che la presenza di uomini tra i malati è molto rara e che questi ultimi patiscono dei dolori fisici ed emotivi davvero rilevanti che compromettono lo svolgimento di una vita “normale”.


Da lì ho iniziato ad assumere ogni tipo di medicine, ad affrontare terapie e ricoveri. Tutto si è rivelato inutile. Ho scoperto di avere una soglia del dolore molto alta, dovuta alla mancata assunzione di medicinali per anni, salvo i più comuni antinfiammatori. Ho anche notato che riesco a gestire lo stress molto bene ma non posso dire lo stesso delle persone, le quali causano una grande intensificazione dei dolori, fino ad arrivare a soffrire – per citare alcuni dei sintomi che compongono il grande libro del mio salasso – di gastrite e colite croniche, cefalea a grappolo, tremori concentrati soprattutto nelle mani, difficoltà nello sforzare le articolazioni per più di trenta secondi senza sentirle bloccarsi, sensazioni simili a vere e proprie scosse elettriche che percorrono l’intero corpo che terminano in quella di un ago che perfora la carne fino ad arrivare al muscolo, causando coaguli molto evidenti. Tutto questo spesso mi costringe ad assentarmi dal lavoro.

Per il futuro mi auguro di trovare un lavoro stabile che non mi stressi troppo e possibilmente lontano da gente egocentrica e per nulla empatica. Mi auguro di plasmare la mia vita come meglio posso, e di avere al mio fianco sempre più persone che mi credano se dico che sto male e che mi aiutino a sopportare la fibromialgia. Spero inoltre che lo Stato la riconosca come malattia invalidante e di poter ottenere qualche diritto per tutelarmi nel lavoro e nella vita. Ad altri uomini nella mia stessa situazione consiglierei di stringere i denti, di combattere, di non chiudersi in se stessi ma di sfogarsi scambiandosi opinioni o consigli al fine di sentirsi meno soli nella lotta.